Cyberbully

“E non so perché tutti quanti non fate che odiarmi ma forse, lo so, perché adesso mi odio anch’io!

È con queste parole di Taylor Hillridge aka Emily Osment che voglio trattare la delicata e sempre più frequente nonché scottante tematica del bullismo o cyberbullismo. Quest’ultimo, nello specifico, consiste in aggressioni verbali, insulti, molestie, denigrazioni attraverso il web e strumenti telematici. Sono i cosiddetti ” leoni da tastiera “: coloro i quali riescono a spingere adolescenti vulnerabili e isolati dal resto dei loro coetanei al suicidio o quantomeno a tentarlo.

-No, un attimo. C’è di peggio. Tu hai ragione, il peggio è che continua anche a casa. Non smettono un momento di tormentarti e pensi: non so nemmeno chi sia questa persona, come può dire che disprezza la mia esistenza?-

Nella trasposizione cinematografica la protagonista si trova, dall’oggi al domani, a doversi interfacciare e patire numerosi soprusi e angherie di compagni che arrivano perfino a mettere in circolazione la voce secondo la quale Taylor avrebbe trasmesso una malattia venerea, in seguito ad un rapporto sessuale, ad un suo compagno di scuola.

La ragazza ben presto si trova incastrata in una realtà fittizia mediatica dalla quale non sa come uscirne se non ingurgitando un flacone di pastiglie.

Conosco fin troppo bene la sensazione di detestare se stessi. Guardarsi allo specchio e odiarsi. Voler scappare ma soprattutto celarsi a se stessi. Smettere di essere chi si è. Svegliarsi una mattina e desiderare soltanto di non essere costretti a imboccare i corridoi della scuola sotto lo sguardo puntualmente attento dei compagni che scherniscono, deridono, ti buttano giù i libri o ti chiudono nei bagni lanciandoti addosso assorbenti..

e tu, come Taylor, sei lì a domandarti perché tu non possegga il dono dell invisibilità. Perché tu sia diventata il bersaglio di tutti. Perché l’unicità al giorno d’oggi non costituisca un punto di forza. Perché i ragazzi debbano essere così cattivi. Perché sfoghino le loro frustrazioni su individui apparentemente più fragili.

Questo è ciò che porta Taylor a tentare di togliersi la vita. Questo è ciò che porta Taylor a desiderare di non riaprire più gli occhi per evitare di vedersi continuamente l’etichetta di mostro, di sgualdrina, di infame cucita addosso. Per non dover più disappannare lo specchio del bagno e riflettersi in quel quadro di Picasso che è la propria faccia.

Ciò di cui il film non parla sono gli strascichi che ti accompagnano per tutta la vita. Devi fare a pugni col tuo passato ogni giorno per cercare di affermare la tua nuova persona. Qualcuno che è risorto dalle ceneri e si è ripromesso che niente e nessuno potrà più farlo a pezzi o fargli dubitare di se stesso. Devi lottare con l’idea sbagliata che hai di te stesso. Un’idea che non collima minimamente con la percezione che gli altri hanno di te.

Il messaggio che si intende veicolare, al di là della denuncia sociale, è che poi passa. Perché, per quanto non riuscirai a voltare pagina nell’immediato, lo scenario muterà. E, cosa più importante, a cambiare sarai tu. Perché si hanno solo due possibilità: soccombere o reagire e diventare, molto probabilmente, una persona talmente corazzata da non far avvicinare nessuno mai abbastanza. Per tutelarti. Per dare modo alle ferite di rimarginarsi ..per impedire a te stesso di aprirti e renderti così vulnerabile, una seconda volta.

… ma vi prometto che andrà meglio. Andrà addirittura bene, alle volte. E voi sarete stati dei guerrieri.

“Quando hanno iniziato a parlare male di me, mi sono sentita come un mostro. Come se io fossi l’unica, come se fosse colpa mia quello che mi succedeva. Ma oggi ho scoperto che la stessa cosa è successa ad altre persone, persone molto normali.”

Un pensiero riguardo “Cyberbully

  1. Complimenti all’autrice del blog che riesce a toccare ed affrontare tematiche complesse nella loro attualità toccando delicatamente la drammaticità delle stesse.

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