E ora? Per dove?

È passato tantissimo tempo dall’ultima volta che sono entrata sul mio blog e ho sentito l’esigenza di scrivere. Per me. Per voi. Ma soprattutto per me. Ora è un’altra di quelle situazioni nelle quali ho bisogno di fare chiarezza dentro di me e, soprattutto, aspettare. Si, perché questa volta non sono sola.

Qualcuno dice che la vita sia imprevedibile. Che quando pensi di avere tutto in ordine, arriva una folata di vento a metterti in disordine e scompigliarti le carte, i progetti. Non ho mai amato la monotonia o la scontatezza “del passo successivo”. Ma, e devo ammetterlo a me stessa, i cambiamenti così repentini ed importanti fanno paura. Avremmo tutti bisogno di un salvagente o di un paracadute, all’occorrenza. Avremmo bisogno che la mano che stringiamo ci afferrasse e comprimesse ancora un po’ di più…. Vorremmo sapere cosa c’è dall’altra parte. Dall’altra parte dell’ignoto. Dall’altra parte del salto. Tu sei lì. Stringi i pugni, serri i denti, socchiudi gli occhi. Inspiri, espiri. Poi ti convinci. Due passi indietro e scatti in avanti. Prendi la rincorsa. Non sai se ti basterà il terreno sotto i piedi per saltare bene. Per saltare dall’altra parte. Tocchi il suolo. Cadi. Rotoli. Ti fermi. Capisci dove sei e in che modo sei caduto. Se ti sei fatto male. Ti rialzi. Ce l’hai fatta. Ora devi prendere confidenza con l’oscurità. Devi iniziare a costruire di nuovo tutto, da capo. Mattone dopo mattone. Nonostante le lacrime ti righino il volto perché non sai se i mattoni reggeranno. Se saranno sufficienti e se saranno dei buoni mattoni. Se da dietro arriveranno due mani grandi, forti, ad aiutarti a situare altri due mattoni. Non sai se al termine dell’edificazione tutto reggerà e, girandoti, fisserai i suoi occhi luminosi nel buio che guardandoti ti assicureranno che andrà tutto bene. Che non sei sola. E che ricominciare non fa poi così paura se la tua Casa ti segue ovunque il destino ti porti.

O, altrimenti, ti girerai e sentirai solo una folata di aria fredda e non scorgerai nulla dietro di te. Potrai solo rigirare la testa e guardare innanzi a te. La strada che si apre artica, gelida, minacciosa di fronte a te. E tu dovrai stendere la gamba e compiere il primo passo. Senza mai guardarti indietro. Senza esitare. Facendo sgorgare tutte le lacrime di ciò che sarebbe stato o sarebbe dovuto essere. Per lasciare spazio a due occhi arrossati e gonfi in cerca di quel “sarà”.

Una nuova realtà

È apparentemente una mattina come le altre. Eva si desta, si stropiccia gli occhi e cerca la vestaglia. La capigliatura medio lunga le ricade sulle spalle. Tutta scompigliata come al solito. Ma non le importa. Quasi soprappensiero calza le pantofole e si avvicina alla porta che da sulla piccola terrazza. Quell’azzurro così candido e genuino farebbero pensare ad una di quelle giornate estive in cui ci si sveglia presto e frettolosamente si prepara il cestino del picnic per il pranzo da consumare in riva al lago.

Invece, quella mattina, Eva scosta ancora di più le tende ma esita. Sa che oltre la delimitazione del terrazzo non le è permesso inoltrarsi. Poggia la mano sul vetro della portafinestra e la sua mente ritorna al giorno in cui i tg di tutto il mondo avevano annunciato e divulgato la notizia di questo mostro che, inconfessato e celato agli occhi di tutti, mieteva le sue vittime. Indistintamente. Velocemente. Una dopo l’altra cadevano. Le cifre non si arrestavano e la paura e lo sgomento generale ormai dominavano il pianeta. Ciascuno era confinato in casa propria e il tentativo di non lasciarsi pervadere e sopraffare dallo sbigottimento di una condizione generale così similare alla guerra non era per nulla semplice.

Eva girò distrattamente la testa verso il letto.. Ancora tra le braccia di Morfeo, Andrea stava dormendo.

Andrea.. quell’uomo inaspettato che le aveva rubato il cuore e le aveva fatto dono di tutta la dolcezza e l’attenzione di cui, da piccolina, era stata privata. Ardito, aveva abbattuto la corazza, pezzo dopo pezzo. E l’aveva amata. Giorno dopo giorno.

Era avvenuto tutto così in fretta. Dopo la diffusione di quel male, avevano deciso di rifugiarsi nella casa sul lago di lei. Una casa piccolina ma confortevole. Lontana dal terrore che aveva pervaso le grandi città e monopolizzato l’umanità. Questa condizione di forzata reclusione aveva sottratto loro l’indipendenza e la possibilità di evadere. Proprio per questo la convivenza obbligata in uno spazio così ristretto si era rivelata piuttosto difficoltosa sotto alcuni punti di vista. Il non potersi vivere nella normalità di una quotidianità libera da imposizioni e paura aveva moltiplicato i momenti di frustrazione e di tristezza e le discussioni altro non erano che il riflesso di questa nuova realtà.

Ma in cuor suo Eva sapeva che non avrebbe voluto essere con nessun altro. Nonostante le brutte litigate ed i silenzi, Andrea era la sua casa.

E quando la mattina le sue braccia l’afferravano e la cingevano, quasi come un gesto ormai divenuto automatico e protettivo, sapeva che sacrificare una parte di se e della propria libertà, molto spesso dava la possibilità di riscoprire qualche aspetto lasciato a lungo sopito. Dato per scontato, trascurato.

In quel momento uno stormo di uccelli catturò la sua attenzione. La sopravvivenza. Questo pensiero le attraversò la mente. Il cielo può essere un contesto difficile, irto, ricco di predatori, correnti d’aria ed ostacoli. Ma la natura ha insegnato loro un comportamento perfettamente razionale: agire in gruppo. Il comportamento dello stormo è la somma dei comportamenti dei singoli, dove ognuno è chiamato a fare la propria parte.

Un sorriso attraversò il suo volto. Forse ne sarebbero usciti. L’uomo sin dagli albori della società aveva fatto cose grandiose. Quel sacrificio che erano stati chiamati a compiere era indispensabile per la sopravvivenza della specie umana..

In quel momento si accarezzó il ventre. Voleva ardentemente che il mondo si fosse risollevato nel momento in cui le sue forme si fossero fatte più accentuate.

Si girò nuovamente verso Andrea. Non aveva dubbi circa la reazione che egli avrebbe avuto non appena glielo avesse comunicato. Aveva sempre desiderato diventare papà.

Riscostó la tenda, si svestí e riprese il suo posto accanto a lui. In quel momento, quasi avesse avvertito la presenza di lei, le sue braccia la cinsero delicatamente, ed Eva, in quel preciso instante, seppe che sarebbe andato tutto bene.

Stanno tutti bene

Quando siete pensionati, per di più vedovi e a giorni ricorrerà la festa del ringraziamento, cosa fareste? Frank decide, dunque, di organizzare la cena della ricorrenza presso casa sua in modo tale da riunire tutti i figli che, da trent’anni, vivono ciascuno per conto proprio. È proprio quando una serie di apparenti imprevisti rende impossibile per i figli recarsi dal padre, che quest’ultimo decide di accertarsi personalmente della loro condizione. Inizia così un piccolo viaggio attraverso gli states, incauto dei consigli del medico curante.

Il figlio più piccolo, David, non verrà raggiunto fisicamente dal padre a NYC e quest’ultimo lascerà, perciò, una lettera al suo indirizzo.

Amy, invece, ha nascosto al genitore il fallimento della sua unione matrimoniale. Inoltre è in procinto di partire per il Messico per questioni legate proprio a David, il quale è stato trovato in possesso di droga.

Di fatto l’intento dei figli è quello di non mettere al corrente il padre dell’allarmante situazione in cui il fratello si trova onde evitare che le già precarie condizioni di salute di quest’ultimo si aggravino.

Un’altra spiacevole sorpresa vedrà protagonista Frank. Il figlio Robert è ” solo ” un percussionista. Si è dovuto accontentare di ciò che la vita gli ha offerto, richiudendo il cassetto contenente il sogno di diventare direttore di un’orchestra sinfonica..

Recatosi a Las Vegas dalla figlia Rosie, scoprirà che quest’ultima è una madre single di un bimbo nato da una precedente relazione ed è bisessuale.

Frank, avendo ultimato le pillole per il cuore, decide di rientrare a casa. Nel frattempo i tre figli si mobilitano presso l’ambasciata per scoprire cosa sia effettivamente accaduto al più piccolo di loro.

Frattanto Frank si rende conto che tutto ciò che pensava equivalesse alla verità sui suoi figli è, in realtà, una bugia. Un velo di menzogne che è stato finalmente scostato. Quanto può essere difficile raccontare la verità ai propri genitori? Si dice che i figli siano come aquiloni: i genitori insegneranno loro a volare ma questi non voleranno il loro volo… ed inoltre devono essere felici loro in prima persona e non fare te, genitore, felice.

Sentitosi male per la mancanza dei farmaci e ricoverato all’ospedale, frank si sveglia circondato dai figli. Quasi tutti. Robert, Amy e Rosie racconteranno così al padre che la morte della madre aveva gettato David in una profonda depressione ed era morto in Messico a seguito di una overdose.

Tornato a New York per comprare l’ultimo quadro di David, la titolare del negozio, ignorando la parentela dell’acquirente con l’artista, gli racconterà di come David avesse sempre raccontato di essere diventato pittore proprio grazie a suo padre e ai sacrifici di quest’ultimo.

Quando vieni al mondo, i genitori iniziano a fantasticare su cosa potresti diventare crescendo. Pensano allo sport che ti appassionerà, alla scuola che ti formerà, agli amici di cui sceglierai di contornarti .. agli hobby che ti entusiasmeranno…

ma, col tempo, realizzeranno che quello era il loro progetto. Probabilmente la loro proiezione del futuro e delle scelte che avrebbero voluto compiere.

Quanto è facile, dunque, scostarsi da ciò che avrebbero voluto tu fossi? A volte non basta andare bene a scuola, non arrecare sofferenze ne’ delusioni… a volte basta che tu abbia un interesse differente e non ben visto da loro, che la distanza fra te e loro diventa palpabile. I genitori sono i peggiori giudici dei figli. Difficilmente riescono ad accettarne tante sfumature. Ad abbracciarti oltre le evidenti differenze tra voi … come se andasse considerato l’involucro anziché la sostanza che vi abita dentro…

Ad un certo punto diventa una necessità primaria prendere le proprie cose e andarsene. Richiudersi la porta alle spalle con il vento freddo che ti taglia le guance ma gli occhi fissi verso quel punto che diventerà il tuo posto sicuro. Il punto caldo vicino al focolare.

A volte è necessario perdersi per un po’ …

per poi ritrovarsi ed accettarsi, finalmente, per ciò che si è.

I ponti di Madison County ed un pizzico di passione

Istintivamente sollevò il bacino. Lui le tolse gli slip, scorrendo lungo le cosce, poi risalì e iniziò ad accarezzarla con la mano.
Il suo membro duro e caldo era appoggiato al suo fianco, mentre le succhiava un seno. La sua mano esplorava la sua intimità.
Lei gli afferrò i capelli e tirò. Cercò avidamente la sua bocca e la baciò. Uno di quei baci nei quali ti perdi e ti scordi dove ti trovi. Ma non con chi. Si girò un poco verso di lui sollevando una gamba, subito sentì la bocca di lui leccare la sua fessura umida. Si contrasse e gemette.

Lei fece scorrere la mano sul membro eretto. Già colava. La bocca di lui la inchiodò al piacere. Le mancò il respiro. Lo voleva così. Sempre. Ogni giorno. Si sentì girare con forza e si ritrovò prona, con il peso di lui sopra. Quel peso che sempre avrebbe voluto la schiacciasse… fuori era buio . Si sentivano solo il belare delle pecore e lo sciabordio dell’acqua. Gemette e si contorse.

Innumerevoli sono le sequenze cui pensiamo quando ci immaginiamo scene di amore. Questa è la prima descrizione che mi è venuta in mente. Di amore proibito. Amore infedele. Amore passionale. Ci sono plurime forme di questo sentimento. E ci sono innumerevoli modi in cui una storia può proseguire o interrompersi. Sono tantissime le vicende come “I ponti di Madison County”, in cui i protagonisti vengono investiti da codesto sentimento e vivono pochi giorni di pura passione. Dopo questa brevissima parentesi il protagonista maschile deve ripartire e chiede a Francesca di andare con lui. Ma ella ha un marito e dei figli ed il senso del dovere è troppo grande per prendere e lasciare tutto. Così rinuncia a lui. A quella vita appagante e ricca di sentimento cui aveva sempre anelato.

Non passerà giorno senza che lei rimpianga la scelta compiuta. Quando il marito morirà, e si darà la possibilità di essere felice andandolo a cercare, apprenderà la notizia della sua prematura scomparsa.

Mi rendevo conto che l’amore non obbedisce alle nostre regole.

Personalmente ho conosciuto parecchie persone che rimpiangono le decisioni prese. Che per paura o vigliaccheria non hanno vissuto ciò che, in quel momento, avevano tra le mani. Sono stati pavidi. Un po’ per difendere la propria immagine, un po’ per non uscire dalla comfort zone che si erano creati…. e mentre ascolto queste persone parlare del loro trascorso e farmi promettere loro che farò della mia vita la mia realizzazione più grande, osservo i loro occhi inumidirsi. Fuggire il mio sguardo. Guardare fuori dalla finestra verso questi monti così imponenti.. quasi a voler scorgere nel cielo un segno, un disegno….

Ecco, non c‘è niente di peggiore dell’aver rimpianti. Per ciò che saremmo potuti diventare, per ciò che avremmo potuto scegliere. Ci si accontenta troppo, oggi. Non si hanno più l’audacia e la grinta di lottare, di rischiare, di mettersi in gioco e anche di combinare follie. Molto spesso mi ripeto che la vita è una sola. E che noi siamo le nostre scelte.

La figlia di Francesca, scoprendo questa tormentata e mai cessata storia d’amore della madre, troverà la forza per compier quella scelta cui sua madre non era riuscita a dare forma. Lasciare il compagno per il quale non provava più nulla senza farsi turbare dai sensi di colpa.

Mi auguro di cogliere sempre il valore delle cose e delle persone qualora mi dovessero capitare dinanzi. Mi auguro di cambiare rotta e gettare la bussola qualora mi renda conto di non essere felice o appagata. Mi auguro di non essere definita per le mie parole bensì per le mie azioni. E mi auguro di aver sempre il coraggio di rialzarmi con più dignità di prima.

Ma, più di tutto, mi auguro di poter sempre scegliere ed essere viva.

Sleepers

Devi coltivarla la cattiveria e costruirci una vita sopra.

Shakes, Micheal, Tommy e John sono quattro amici che vivono a Hell’s Kitchen, uno dei quartieri meno abbienti di Manhattan. Costretti ad essere testimoni della vita malavitosa cui il quartiere tacitamente da rifugio, i ragazzi trovano conforto nell’amicizia reciproca e nel fatto che i residenti vengano, nonostante tutto, tutelati. Una delle pochissime persone con cui scelgono di relazionarsi è padre Roberto, un prete con un passato da delinquente ma redentosi.

Un giorno d’estate, i 4, per rubare degli hot dog al proprietario del carretto, accidentalmente uccidono un signore intento ad uscire dalla metropolitana facendogli precipitare addosso il carrello.

Senza alcun tipo di riluttanza o tentennamento, vengono rinchiusi per un anno e mezzo al riformatorio Wilkinson. Ora, sappiamo benissimo che la funzione del riformatorio dovrebbe essere, per l’appunto, quella di riformare, di rieducare e reintegrare nella società individui che abbiano appreso dai loro errori e che siano pronti a relazionarsi nuovamente con i consociati.

Ma come potrebbe svolgere questa funzione il carcere minorile, quando, per l’intera durata della detenzione, i ragazzi verranno sottoposti ad abusi sessuali e violenze per mano dei secondini e del capogruppo Sean Nokes?? Come si fa a acquietare dei ragazzini che, tendendo l’orecchio, avrebbero sentito nel corridoio quei passi avvicinarsi fino alla loro cella ogni notte?? Come fai a placare l’animo di costoro costretti a subire il peggio che una persona possa immaginare? Inermi, sofferenti, umiliati e derisi.

Non si può. Non c’è guarigione. Arrivano a vergognarsene a tal punto che decidono non avrebbero rivelato nulla di tutto ciò ad alcuno.

14 anni dopo, John e Tommy sono a capo della malavita: tossicodipendenti e serial killer. Si imbattono, una notte, in Sean Nokes. Egli, intento a consumare la sua cena in un pub malfamato, non li riconosce subito. Ma, successivamente, asserirà che agire nei loro confronti come ha fatto era finalizzato a farli divenire uomini. Dopo avergli finalmente detto tutto ciò che si erano tenuti dentro per così tanto, lo giustiziano a sangue freddo.

Ora, come si può contestare un atto del genere? Come si può assumere le vesti del moralista o “dell’avvocato del diavolo” e condannare un’azione tanto cruenta ? Personalmente ritengo che Tommy e John abbiano fatto più che bene. Nokes si era dimostrato per quello che era. Nonostante fossero trascorsi tanti anni, nemmeno un velo di rimorso aveva attraversato il suo volto. Che senso aveva permettere ad un mostro del genere di continuare a respirare? A fare del male ad altri? Farlo andare a letto la notte tranquillo?

È vero che il concetto di – giustizia privata – è morto e sepolto da tempo… ma ritengo che non sia moralmente corretto che tanti rimangano impuniti. Soprattutto dopo aver cagionato danni di questa portata.

I due esecutori andranno a processo. Ma, ed è qui che viene il bello, Michael assumerà il ruolo di procuratore della controparte ma il tutto come risultato di una mossa strategica minuziosamente studiata e realizzata. L’avvocato di Tommy e John verrà istruito circa le domande da porre in aula, proprio da Michael. Al termine del dibattimento, infatti, egli vuole assicurare agli amici la totale assoluzione.

Verranno ascoltati e condannati tutti i sorveglianti che avevano praticato gli abusi in quegli anni. Alla fine, a scagionare i due imputati, sarà proprio padre Roberto. Perché, chi non crederebbe alle parole di un Uomo di Dio?? Ma questo solamente in seguito a cioè che Shakes gli avrà raccontato sugli avvenimenti di quei 18 mesi.

Un certo numero di detenuti, anche se si comportavano da duri durante la giornata, spesso si addormentavano piangendo, la sera. C’erano anche altri pianti e diversi da quelli indotti dalla paura e dalla solitudine. Erano più bassi e soffocati: la voce dell’angoscia. Pianti che possono cambiare il corso di una vita. Pianti che una volta sentiti non li cancelli più dalla memoria.

I quattro amici sono nuovamente riuniti. E viene finalmente fatta luce sulla posizione ed il ruolo di Michael. L’ultima scena del film, la mia preferita, è malinconica, spensierata ed allo stesso tempo tragica. Michael, John, Shakes e Tommy cenano insieme per quella che si rivelerà essere l’ultima volta, attorno ad una tavola, intonando cori e ridendo. In quel momento tutti e quattro sono sereni. Si lasciano il passato, momentaneamente, alle spalle.

Ma il destino aveva già scritto la parola fine per Tommy e John. Quattordici anni prima il fato si era manifestato. Era insorto. Aveva tirato i giusti fili per determinare tutta la serie di scelte e conseguenze delle quali sarebbero stati, ineluttabilmente, investiti. I due ragazzi prosciolti, infatti, moriranno prima di aver compiuto trent’anni. Michael si ritirerà in campagna, in Inghilterra, solo.

Le loro vite sono state spezzate al riformatorio Wilkinson. Un posto che avrebbbe dovuto tutelarli. Salvarli. In verità ha plasmato il pericoloso carattere di due componenti della banda e rovinato per sempre l’avvenire di tutti e quattro.

Fa molto riflettere come, una bravata, trasformerà quattro ragazzini spaventati e sicuramente privi della stoffa del criminale, in individui di tutt’altro stampo. Come chi entra, ancora oggi, nelle istituzioni carcerarie, ne esca istruito circa una gamma di reati molto più ampia. L’abbrutimento e la sofferenza patita non possono certo influire positivamente su una persona. Il dolore ed i torti ti induriscono. Ti inaridiscono. Innalzi muri. Diffidi di tutti. Ed, alla fine, sei il risultato diametralmente opposto di ciò cui lo Stato avrebbe dovuto mirare.

D’altronde, siamo tutti il risultato di ciò che abbiamo vissuto.