Buio

Era sollevata di averla persa.

Non era ancora pronta. Non si sentiva al sicuro. Per accogliere la sua bambina voleva ci fossero tutti i presupposti che aveva sempre desiderato. Una casa solida. Costruita con mura importanti. Spesse. Due braccia forti che la proteggessero e amassero sua madre.

Guardò la sedia vuota. Una lacrima le rigò il volto. Nulla stava andando come se lo era immaginato. Non aveva uno scopo. Si sentiva completamente svuotata ma allo stesso tempo carica di rabbia come una pentola a pressione pronta ad esplodere.

Si toccò il ventre. “Ti prometto, piccolina, che verrai al mondo solo quando sarò pronta e tutto attorno a me sarà in ordine. Meriti tutto ciò che ho avuto e che non ho avuto.”

Si voltò verso la finestra. Imperversava un tempaccio, là fuori. Tuoni, lampi. Grigi, neri. Nebbia fitta che le impediva la visuale oltre la staccionata di casa.

Si poggiò con la schiena contro il muro freddo di quel pomeriggio minaccioso d’autunno.

“Arriverà”, pensò. E andrà tutto, finalmente, bene.

Nebbia

“Silenzio in aula!”

Il martelletto del giudice batté fragorosamente sulla panca. Zoe sussultò. Non si era accorta di essere andata via. Per quanto? 3.. 5 minuti? Non di più.

La sua attenzione tornò alla toga del giudice: una donna sulla cinquantina. Inflessibile, rigorosa. Come l’aveva definita? In modo conciso, quasi lapidario aveva affermato “la non estraneità dell’autrice dell’efferato delitto.”

La sua mente vagò a quel piovoso tardo pomeriggio di Gennaio. Era rincasata prima. Il notaio l’aveva mandata a casa un’ora prima perché aveva dovuto prendere all’ultimo momento un treno per questioni familiari.

Era così compiaciuta di ciò. Era stato un periodo poco disteso a casa. Paul non c era mai. Non solo fisicamente. Zoe si sentiva sola. Abbandonata in quella casa da poco ristrutturata e rimessa a nuovo. Trovava conforto nel suo piccolo orticello. Sembravano le uniche cose che andassero secondo i piani, in quell’ultimo periodo. Crescevano rigogliose, le varie piantine. Cullate dai raggi del sole.

L’iniziale entusiasmo aveva lasciato il posto a mestizia e sconforto.

Fece un salto dal verduriere per assicurarsi di avere tutto l’occorrente per preparare la ratatouille ed il suo dolce preferito. Infilata la chiave nella toppa della porta di casa, piegò la maniglia e spinse in avanti. Arrivata all’ altezza del divano vi poggiò la borsa e i sacchi della spesa. Si diresse al bagno e si guardò allo specchio. Si sciacquò la faccia e si tamponò il viso con una salvietta pulita.

Dei gemiti come ovattati attirarono la sua attenzione. Assolutamente disorientata le seguì, in direzione della camera da letto. Che strano, pensò. Se Paul fosse rincasato prima glielo avrebbe detto. Aprì piano piano la porta. Rimane tutto’ora offuscata la sequenza di azioni che si succedettero. Paul era sul letto. Abbracciato ad una giovane donna sulla trentina. Avvolti solamente da un lenzuolo sembravano avere molta confidenza ed intimità. Conversavano alternando risatine a scambi di sguardi languidi.

Come aveva potuto? Eppure l’aveva vista piangere attaccata al muro del bagno, sul pavimento gelido dopo l’ennesimo aborto. L’aveva vista addormentarsi piangendo ogni sera per mesi. Aveva visto le sue ossa spuntare sempre più in modo evidente sulla schiena e sull’addome. Era dilaniata. Scattò in avanti. Con la mano destra afferrò la cintura che era stata buttata disordinatamente sulla sedia. Fu una manciata di secondi.

Mani rosse. Segnate. E il collo di Paul violaceo. Un’atmosfera plumbea, opprimente. Le urla piangenti della donna in piedi dall’altra parte della stanza che comunicava con il 911.

“Signorina Smith.”

Nuovamente fu costretta a tornare alla realtà.

“Signorina Smith le riformulo la domanda.”

Raptus. Così i dottori avevano etichettato l’accaduto. L’omicidio.

“Come si dichiara?”

Inspirò. Aspettò che i polmoni si riempissero d’aria. Trattenne il fiato qualche secondo. Espirò.

“Colpevole.”

Knock knock

Di nuovo lo stesso crepitìo.

Bea istintivamente alzò di scatto la testa in direzione della portafinestra.

Le sembrava che il rumore provenisse dal capanno degli attrezzi. Al di là dell’aiuola delle noisette da poco fiorite.

Il sole era tramontato e l’imbrunire aveva pian piano preso il posto della luce incupendo ogni centimetro di campo sino al dondolo che oscillava mosso dalla brezza serale.

Il frinire delle cicale ritmava una nenia che Bea conosceva molto bene.

Mosse titubante qualche passo in direzione degli scuri. Il suo sguardo vagò senza meta da sinistra a destra. Ad un certo momento il suo campo visivo si restrinse concentrandosi in un punto poco oltre il capanno.

Qualcosa di scintillante aveva richiamato la sua attenzione. Bea socchiuse gli occhi cercando di mettere a fuoco.

D’un tratto comprese cosa fosse quel luccicare: la lama di un coltello spiccava nell’oscurità e pareva una estensione dell’uomo.

Sbarrati gli occhi le morirono le parole in gola.

Indietreggiò quel tanto da sbattere contro il tavolino dietro di lei e rovesciare il contenuto del calice di vino. Distratta da tale frastuono e dal conseguente sgocciolio, distolse lo sguardo, disorientata. Quasi risvegliata da un episodio di transfert.

Ultimato di pulire a terra, ritornò con gli occhi ad indagare fuori. Non vide nulla. Un brivido le attraversò la schiena.

D’un tratto qualcuno bussò alla porta.

Trasalì.

Una stella nel cielo

“Che cos’è che stai appendendo alla testiera del letto, Mamma?”

“È un acchiappasogni, Eva. Allontanerà i brutti sogni e gli incubi per fartene fare di bellissimi.”

“Non puoi scacciarli tu per me i mostri mamma ?”

“Oh io ci proverò sempre, figlia mia.

Sempre. Ora chiudi gli occhi e cerca di fare bei sogni. Domani hai la sveglia presto. Notte, Eva.”

“Notte mami.”

Appena la porta si fu chiusa dietro sua madre e il rumore dei passi si fu allontanato giù per le scale, Eva si scostò le coperte di dosso e si alzò. Lentamente, si avvicinò alla finestra. Scostando le tende intravide la luna: grande, quasi piena. Luminosa.

Quanto le mancava. Aveva lasciato un vuoto immenso dentro di lei. Adesso non poteva più chiamarla al telefono per raccontarle le giornate scolastiche. L’ingiustizia di un esito negativo, la discussione con la compagna di banco. O la pressione dell’allenatore che le urlava i tempi tra una bracciata e l’altra a bordo vasca.

Alzando lo sguardo e cercando di guardare quale linea potesse tracciare immaginariamente tra le stelle, pregò che sua Nonna fosse tra esse.

Che in qualche modo potesse tenderle la mano dal cielo fino a raggiungerla sulla terra e stringerla nella sua.

Quanto facilmente ci abituiamo alle telefonate quotidiane, pensò. Ai sorrisi, agli occhi che scrutano la tua emozione di fronte al tuo piatto preferito. La nonna era stata una di quelle donne che chiamandola le rammentava sempre chi fosse. La esortava a confrontarsi con la persona con la quale avesse avuto una problematica. La invitava a migliorarsi, a non chiudersi a riccio. Le insegnava l’amore, e la guardava con gli occhi più buoni del mondo.

Le era mancato il fiato quando sua mamma l’aveva chiamata per comunicarle la notizia.

Rispondendo al telefono stava già imprecando contro quell’ autista che, passandole accanto, le aveva schizzato addosso parte di quell’acqua che cadeva sin dalle prime ore della mattina. Una giornata gelida, pungente, di quelle che non vorresti nemmeno cominciare. Una pioggia torrenziale. Le strade allagate. Gli abiti bagnati.

Quando la telefonata fini, alzò gli occhi al cielo. In quell’istante, capì il perché di quelle gocce grandi e pesanti.

Love, Rosie

Scegliere la persona con la quale condividere la propria esistenza è una delle decisioni più importanti che la vita ci riserva, sempre. Perché quando è sbagliato, tutto diventa grigio e purtroppo a volte non te ne rendi neanche conto… Finché non ti svegli una mattina e realizzi che gli anni sono volati via.

Ritengo che possa capitare, lungo tutto una vita, di non incontrare mai l’Amore o la persona con la quale sentirsi vivi, felici, al massimo…

ma non è questo il caso. Questa è la storia di una corsa. Una corsa durata anni. Una rincorsa. L’incontro di momenti sbagliati. Lunghezze d’onda differenti. Rosie e Alex si conoscono tra i banchi di scuola. Sono all’ultimo anno di liceo e albergano nelle loro teste tantissimi sogni, progetti per il futuro imminente. Hanno un legame indistruttibile e speciale.

Ma, il futuro di Rosie, viene spazzato via la notte del ballo della scuola. La ragazza, infatti, resta incinta di un suo compagno di scuola e, per evitare che Alex le rimanga accanto appresa la notizia e non parta più per gli States, decide di mentirgli.

Queste due diverse realtà correranno per tantissimo anni su due binari sofferente. A volte toccandosi. A volte intersecandosi ma mai diventando una cosa sola.

Appresa la notizia della nascita della bambina, Alex prenderà il primo volo e, spiazzando Rosie, diventerà il padrino di Katie.

Trascorrono cinque anni e, nonostante i brevi momenti trascorsi insieme dai due amici, viene fuori la notizia della gravidanza del ragazza di Alex. Ma Rosie comprende che l’amico non sia felice accanto a Sally e cerca di parlargliene. Il confronto sfocia in un litigio furioso durante il quale Alex asserisce che, almeno suo figlio, avrà entrambi i genitori. Adducendo al fatto che il compagno di scuola di Rosie non ne aveva voluto sapere.

Chiaramente visto che le cose vanno di male in peggio, torna il papà di Katie che, ricongiungendosi con Rosie, inizia a costruire quella famiglia che, anni addietro, aveva respinto.

Dopo aver saputo che in realtà il bambino non sia suo, Alex si riconcilia con rosie in occasione del funerale del padre amatissimo di lei. Durante la triste circostanza Alex, notando il comportamento aggressivo e fuori luogo di Greg, scrive a Rosie una lettera d’amore che viene prontamente intercettata dal compagno.

Rosie scopre del tradimento del papà di Katie. Si lasciano. Trova la lettera di Alex. Ma ormai è tardi. Alex si è infatti rifidanzato. Rosie parteciperà al matrimonio come testimone per poi dire addio ad Alex all’aeroporto.

Diverso tempo dopo, Rosie e riuscita ad aprire il suo albergo divientandone la proprietaria e realizzando, così, il suo sogno. Ma, proprio quando sembra aver voltato pagina pur conservando il suo sentimento intatto dentro di lei, ecco che giunge Alex. Le annuncia la fine del suo matrimonio e i due possono, finalmente e definitivamente, amarsi.

Alex e sempre stato innamorato della sua migliore amica e trascorrerà gran parte della sua vita affiancandosi a donne bellissime, potenti ma che non sono lei. Questo lo condurrà a trascorrere una vita misera, in solitudine. Cosa c’è di peggio che sentirsi soli in una coppia?

Sentirsi spenti…vedersi appassire. Probabilmente se Alex avesse esternato i suoi sentimenti anni addietro, rischiando di compromettere l’amicizia per non mentire più a se stesso, avrebbero vissuto una storia d’amore differente. Ma, almeno, loro il lieto fine lo hanno avuto. Puoi avere tutto nella vita. Ma se non hai con chi condividerlo, non hai così tanto, dopotutto.