Nebbia

“Silenzio in aula!”

Il martelletto del giudice batté fragorosamente sulla panca. Zoe sussultò. Non si era accorta di essere andata via. Per quanto? 3.. 5 minuti? Non di più.

La sua attenzione tornò alla toga del giudice: una donna sulla cinquantina. Inflessibile, rigorosa. Come l’aveva definita? In modo conciso, quasi lapidario aveva affermato “la non estraneità dell’autrice dell’efferato delitto.”

La sua mente vagò a quel piovoso tardo pomeriggio di Gennaio. Era rincasata prima. Il notaio l’aveva mandata a casa un’ora prima perché aveva dovuto prendere all’ultimo momento un treno per questioni familiari.

Era così compiaciuta di ciò. Era stato un periodo poco disteso a casa. Paul non c era mai. Non solo fisicamente. Zoe si sentiva sola. Abbandonata in quella casa da poco ristrutturata e rimessa a nuovo. Trovava conforto nel suo piccolo orticello. Sembravano le uniche cose che andassero secondo i piani, in quell’ultimo periodo. Crescevano rigogliose, le varie piantine. Cullate dai raggi del sole.

L’iniziale entusiasmo aveva lasciato il posto a mestizia e sconforto.

Fece un salto dal verduriere per assicurarsi di avere tutto l’occorrente per preparare la ratatouille ed il suo dolce preferito. Infilata la chiave nella toppa della porta di casa, piegò la maniglia e spinse in avanti. Arrivata all’ altezza del divano vi poggiò la borsa e i sacchi della spesa. Si diresse al bagno e si guardò allo specchio. Si sciacquò la faccia e si tamponò il viso con una salvietta pulita.

Dei gemiti come ovattati attirarono la sua attenzione. Assolutamente disorientata le seguì, in direzione della camera da letto. Che strano, pensò. Se Paul fosse rincasato prima glielo avrebbe detto. Aprì piano piano la porta. Rimane tutto’ora offuscata la sequenza di azioni che si succedettero. Paul era sul letto. Abbracciato ad una giovane donna sulla trentina. Avvolti solamente da un lenzuolo sembravano avere molta confidenza ed intimità. Conversavano alternando risatine a scambi di sguardi languidi.

Come aveva potuto? Eppure l’aveva vista piangere attaccata al muro del bagno, sul pavimento gelido dopo l’ennesimo aborto. L’aveva vista addormentarsi piangendo ogni sera per mesi. Aveva visto le sue ossa spuntare sempre più in modo evidente sulla schiena e sull’addome. Era dilaniata. Scattò in avanti. Con la mano destra afferrò la cintura che era stata buttata disordinatamente sulla sedia. Fu una manciata di secondi.

Mani rosse. Segnate. E il collo di Paul violaceo. Un’atmosfera plumbea, opprimente. Le urla piangenti della donna in piedi dall’altra parte della stanza che comunicava con il 911.

“Signorina Smith.”

Nuovamente fu costretta a tornare alla realtà.

“Signorina Smith le riformulo la domanda.”

Raptus. Così i dottori avevano etichettato l’accaduto. L’omicidio.

“Come si dichiara?”

Inspirò. Aspettò che i polmoni si riempissero d’aria. Trattenne il fiato qualche secondo. Espirò.

“Colpevole.”

Un pensiero riguardo “Nebbia

  1. Incisivo, avvincente anche se costruito su poche righe ma proprio per questo con libera possibilità di immaginazione.
    Gli scritti di questo blog lasciano spazio alle più disparate situazioni e ambientazioni e per questo ed altro, coinvolgenti!
    Complimenti all’autrice.

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